La Chiesa

Maria SS. Immacolata e San Michele Arcangelo
L’Irpinia si presenta come un intreccio di alture e di valli tra le quali serpeggiano numerosi torrenti e fiumi; il suo territorio per l’amenità delle alture, per il rigoglio sempre verde delle sue feraci campagne, per la fitta e lussureggiante vegetazione si è meritato l’appellativo di “verde Irpinia”. Ivi, sulle pendici di una ridente collina della media valle del calore, “Capo di Gaudio”, è adagiata Fontanarosa, cinta da olivi maestosi e da pampini iridati. Passeggiando per il centro storico, adagiato su di un poggio, scorgiamo il palazzo baronale intorno al quale si dipana l'antico borgo in un continuo sali-scendi di viuzze tra case umili e modeste, costruite con calce e pietra locale. Adiacente alla residenza signorile era collocata “l’Abbazia di Santa Maria a Corte”, una seconda chiesa parrocchiale, fortemente danneggiata dal sisma del 1980 tanto da dover essere demolita.
Nel corso degli anni, con il fiorire di nuove attività e mestieri, il nucleo originario del paese si è progressivamente ampliato, sono nati nuovi quartieri e, con essi, nuovi centri di culto. Le chiese, oltre al valore meramente religioso, assunsero il ruolo di polo di aggregazione sociale delle comunità senza subalternità di classe e di censo. Gli abitanti del luogo, popolo sano e laborioso, ferventi cattolici e molto devoti alla Vergine Maria, nel corso dei secoli, a testimonianza della fede pura che li ha sempre animati, hanno edificato numerose chiese, cappelle ed edicole. Del ricco patrimonio costruito dai nostri antenati, oggi restano solo cinque chiese aperte al culto.
La chiesa parrocchiale dedicata al Patrono San Nicola di Bari è situata nel borgo antico “della Dogana”; la basilica dedicata a Maria Santissima della Misericordia è stata eretta nella contrada “del pozzo” con l'aggiunta successiva della chiesa del SS. Rosario e di S. Antonio. Nel rione Selice venne costruita la chiesa della SS. Annunziata con una porta di accesso dalla Cupa Cammarella (via Annunziata) per quelli che venivano dalla campagna a nord del paese.
Nel quartiere noto con il nome “Acqua della Madonna” situato un pò più distante dal nucleo originario del centro storico e di più recente formazione (XVIII secolo), in fondo alla piazzetta omonima, sorge la chiesa della Immacolata che domina la vallata sottostante.
Ogni rione voleva conservare una propria vitalità ed autonomia, insofferente della qualifica di periferia anonima ed emarginata.
Ci si chiederà per quale motivo la chiesa situata nel rione di Acqua della Madonna venisse dedicata all’Immacolata e a S. Michele Arcangelo: la scelta di tale titolo è giustificata innanzitutto dalla secolare venerazione mariana fortemente radicata nel popolo di Fontanarosa. Il culto dell'Immacolata Concezione ebbe un notevole crescendo nel 1700: Papa Clemente XI, infatti, proprio il 6 dicembre 1708, la impose come festa di precetto per tutta la chiesa.
L'aggiunta nel titolo, accanto al nome dell’Immacolata, di quello dell’Arcangelo S. Michele non ha un motivo specifico ma è giustificata dalla lunga e diffusa devozione nelle terre del ducato Longobardo e dalla prossimità al santuario del Gargano noto ai nostri avi come “L’Angelo di Puglia” (presumibilmente non è estranea a tale scelta il ruolo di guida delle anime dei defunti assegnato a San Michele dalla devozione dei fedeli; non è certamente estraneo anche l'influsso che la devozione alle “Anime Sante del Purgatorio” ha esercitato sulle confraternite nelle quali il suffragio per i confratelli defunti è uno dei punti fondamentali).
La chiesa non fu edificata di getto ma è frutto di numerose stratificazioni che hanno lasciato traccia non solo nella sua architettura ma anche nei decori pittorici. Le informazioni relative alla chiesa e alla vita della confraternita sono scarne e frammentarie a causa dei pochi documenti giunti fino a noi, taluni ingialliti, altri sbiaditi dal tempo; ciò nonostante è stato possibile rilevare notizie interessanti circa i lavori eseguiti nel corso del tempo, le paghe, i tipi di materiale, la provenienza dei legnami, dei tufi, delle pietre, i miglioramenti successivi effettuati nella chiesa e la vita interna della congrega. Dalle fonti è stato possibile appurare che il completamento della chiesa procedette a rilento per le difficoltà economiche dovute alla esiguità delle entrate, alle scarse offerte in natura (tante volte dovute alla scarsità dei raccolti), alle limitate prestazioni gratuite dei fedeli.
Il magnifico portale d’ingresso, in pietra locale, reca questa iscrizione: VIRGINI IMMACVLATAE / PRINCIPIQVE ANGELORVM HOC TEMPLUM PIETAS DICAVIT- A R S MDCCL (Anno reparatae salutis 1750).
Nel 1780 alcuni falegnami di Taurasi realizzarono l’antiporta e il soffitto in legno di castagno. La costruzione dell’abside o cona, ristrutturato nel 1932, ebbe inizio, invece, nella primavera del 1795 e si concluse nell’autunno del 1796. La realizzazione della volta necessitava di materiali leggeri: la scelta delle maestranze cadde sui tufi della vicina Mirabella Eclano; scelta questa che si rivelò anche economica in quanto furono sostenute solo le spese per la prestazione dei cavatori. Il trasporto venne fatto dalle consorelle che si prestarono gratuitamente e offrirono la loro fatica con devozione alla Vergine Immacolata.
Per realizzare il finestrone dell'abside venne dapprima costruito un telaio in legno, inviato, poi, al “vitriataro di Nusco” per inserirvi i vetri. Nella realizzazione dell'opera un notevole contributo al trasporto dei materiali è stato dato dalle donne. Nell’iconografia la popolana dei secoli passati viene sempre rappresentata con recipienti di vario tipo sul capo, ad esempio ceste; anche a Fontanarosa le donne erano solite trasportare recipienti tenendoli sul capo. In occasione dei lavori di realizzazione della chiesa, si offrirono spontaneamente per il trasporto dei tufi, utilizzando la “sparra” (straccio arrotolato con maestria), che si interponeva tra la nuda testa ed i tufi che trasportarono per circa 10 chilometri. Le stesse si resero disponibili per il trasporto dell’”arena” e di altri materiali necessari alla costruzione. Negli anni 1798-99 fu fatto l’intonaco della facciata esterna, per quello delle pareti interne della chiesa intervennero alcuni stuccatori.
L’altare maggiore fu costruito nel 1799 da “marmorari” napoletani che impiegarono 18 giorni di lavoro.
Nel corso dell’anno 1800 al centro della facciata esterna furono dipinte tre immagini, che raffigurano a destra Santa Lucia, al centro la Santissima Immacolata, a sinistra San Michele.
L'architettura della chiesa è molto semplice. Guardando dall’esterno il prospetto anteriore, si vede la facciata principale con soluzione a timpano; al lato sinistro si trova il campanile, costruito con pietre a vista; la copertura è a due falde.
All’interno l’unica navata termina con un piccolo abside; sulla contro facciata è situato l’organo posto sulla porta o meglio sull’antiporta, al quale si accede a mezzo di una stretta scala di legno che si trova al lato sinistro entrando. Ai due lati della navata sono stati costruiti gli “stalli o sede” per i confratelli. Negli anni 1804-1805 fu stipulato un contratto “in carta bullata” con dei falegnami per realizzare la“sede” o “stalli” per i fratelli, in legno di castagno e noce fornito dalla confraternita.
Il contratto prevedeva anche la realizzazione degli stalli per i sacerdoti officianti costruiti nel coro a mo’ di semicerchio e successivamente rimossi. Sulle pareti di destra e di sinistra i maestri falegnami realizzarono complessivamente 28 stalli in legno di noce, completi di inginocchiatoi, anch’essi in legno, di egual numero sulle due pareti; in questi stalli prendono posto i confratelli durante le celebrazioni liturgiche e le adunanze. Il manufatto è ben conservato grazie agli interventi di restauro effettuati negli anni 1931-32 e dopo il sisma del 1980. Sulla sede di sinistra, sopra la cornice di legno, in corrispondenza del posto del Priore, vi era una campana di vetro, al suo interno una statuetta del Bambino Gesù vestito con un abitino di seta bianca, finemente ricamato in oro, e sul capo una corona di metallo bianco. La preziosa statuetta, il 12 settembre 1987, venne trafugata da ignoti e mai più recuperata; perciò fu sostituita da un’altra statuetta di minor pregio. Recentemente al suo posto è stato collocato un quadro raffigurante San Pio da Pietrelcina, opera del maestro Salvatore Fucci.
Sulla sede di destra e propriamente di fronte al posto del priore vi è una statuetta di San Vito Martire, non di proprietà della confraternita. Il Priore Tommaso Gambini (priore dal luglio 1924 al 1936 e successivamente commissario vescovile fino al 1945) rilasciò in mano del proprietario dott. Nicola De Rosa fu Pasquale Maria una dichiarazione attestante il di lui diritto sulla statua stessa (diritto mai esercitato tanto che la statua è divenuta di proprietà della chiesa per usucapione).
A Fontanarosa, eccezion fatta per la chiesa parrocchiale, che ha una facciata monumentale, tutta in pietra locale e lavorata da artigiani fontanarosani, le altre chiese, compresa quella dell’Immacolata, hanno esterni molto semplici, fatta eccezione per gli imponenti portali in pietra, vere opere d’arte, eseguiti con gusto e cura dei particolari; mentre i loro interni sorprendono e stupiscono per i ricchi motivi decorativi e pittorici. Le pareti dell'unica navata della chiesa sono decorate con immagini di santi e angeli, inserite nei tanti motivi architettonici e floreali, che furono realizzati dal pittore Francesco Uva tra il 1807 e il 1808. La massima espressione dell’artista si manifesta nel grande dipinto su tela collocato al centro del soffitto in una cornice in legno di castagno. Nel contrasto tra luce e buio, appare, avvolta da luce celestiale, l’Immacolata Concezione attorniata da un folto stuolo di angeli che assistono l’Arcangelo Michele mentre lotta contro i demoni, raffigurati con sembianze goffe e non di bello aspetto, e li ricaccia agli inferi nella parte opposta alla luce. Ognuno di noi, dal proprio punto di vista, può vedere in questa opera il bello e il brutto, la luce e il buio, il bene e il male; noi cattolici vediamo raffigurati il paradiso e l’inferno; al margine della stessa l’artista scrisse: FRANCISCVS UVA/ P.A.D. 1807(pinxit anno Domini 1807).
In fondo alla navata vi è un grande arco che separa il coro dal resto della chiesa; agli angoli sono collocate due nicchie lignee sporgenti che ospitano le pregevoli statue lignee di San Michele Arcangelo a sinistra e di Santa Lucia a destra.
San Michele Arcangelo è rappresentato con la spada nell’atto di combattere contro i demoni scacciandoli all’inferno. Nel 1967 dei ladri rimasti impuniti, oltre a vari oggetti, rubarono anche questa spada, rimpiazzata poi con altra di minor pregio. La statua di Santa Lucia è molto venerata dalla comunità fontanarosana; lo testimonia il fatto che nel 1929 alla Santa venne donata una palma d’argento.
Sulle pareti, al di sopra del cornicione, inserite in grandi ovali, sono raffigurate le immagini di quattro dottori della chiesa: da sinistra, il primo è stato cancellato, il secondo raffigura San Girolamo, che è l’unico visibile, il terzo Sant’Agostino e il quarto San Tommaso d’Aquino. Nella parte sottostante il cornicione, da sinistra, nel primo ovale, è raffigurata Sant'Anna, nel secondo San Giuseppe, nel terzo San Nicola di Bari; il quarto è stato eliminato per far posto a una nicchia.
Entrando in chiesa, subito a destra, c’è la statua della Madonna dell’Addolorata, con indosso un vestito di seta nera, ricamato con fili di argento, con una corona d’argento sul capo e una spada anch’essa d’argento, che le trafigge il petto. Ai piedi della statua è situata un’urna in legno di castagno, nella quale riposa il “Cristo Morto”; la statua a grandezza naturale è di carta pesta e venne acquistata, con il contributo delle consorelle e dei confratelli, nell’anno 1917.
Nel mezzo della chiesa, sulla parete di destra, la nicchia con all’interno la statua di San Luigi Gonzaga; su quella di sinistra è sistemata la statua di San Stanislao.
Lo spirito di cooperazione, l’onestà di comportamenti e il profondo sentimento di religiosità sono state regole fondamentali nella civiltà contadina.
Le consorelle e i confratelli che vivevano con questi valori negli anni passati si sono adoperati in ogni modo, talvolta con sacrifici, per mantenere alto il prestigio della confraternita, arredando la chiesa di ogni oggetto sacro utile per le varie celebrazioni religiose.
All’inizio degli anni trenta, sulle pareti laterali della chiesa, furono sistemati con simmetria 14 quadri, con la cornice in legno scuro e dotati di vetri a protezione delle stampe in essi contenute, che rappresentano le 14 stazioni della passione e morte di Gesù Cristo.
Davanti ad ogni quadro vi era un braccio in ottone, che sorreggeva un bombice in vetro che serviva a contenere una candela stearica.
All’interno della chiesa, tutte le nicchie sono chiuse e protette con i vetri. I documenti rinvenuti descrivono in modo dettagliato come, negli anni 1931-1932, furono rimossi i vecchi vetri e sostituiti con vetri interi di cristallo, dello spessore di sei millimetri, che furono ordinati ed acquistati dalla ditta Carlo Azzi.
Si iniziò col sostituire i vetri delle nicchie della SS. Immacolata, di San Michele Arcangelo e di Santo Stanislao.
Si provvide, poi, alla sostituzione dei vetri delle nicchie della Madonna Addolorata, di San Luigi e di Santa Lucia.
Dopo più di cento anni, per preservare l’opera del pittore Uva, nell’anno 1932 si rese necessario un intervento volto a prolungarne la sopravvivenza dei dipinti e minimizzare i fattori di degrado: il restauro riqualificò le opere con ottimi risultati.
I danni procurati dal terremoto, invece, furono riparati alla fine dello scorso secolo; i lavori di consolidamento strutturali, di risanamento e conservazione murarie e pittoriche vennero affidati a persone che si sono rivelate di dubbia professionalità e di scarsa sensibilità; tanto che le pareti, con tutti i dipinti, subirono ulteriori danni, perdendo il loro antico fascino e splendore. A seguito di questo intervento, le ferite sono impresse sulle pareti, sui decori e purtroppo anche sul soffitto, ma soprattutto nella memoria dei fedeli.
Affinché si ripristini quel giusto equilibrio e quell’armonia di forme che hanno caratterizzato per secoli la chiesa dell’Immacolata, si renderebbe necessaria una vera opera di restauro per liberare dalla mortificazione anatomica cromatica e dalle tantissime lacune i bellissimi dipinti e decori.
Quando iniziarono le decorazioni della chiesa, saggiamente si decise di dotare la stessa di un organo, oggetto di particolare pregio; ragion per cui si è deciso di approfondirne storia e valore in una sezione separata.
Qualche anno dopo la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione il pontefice Pio IX, con il documento3 luglio 1858, concedeva l’indulgenza plenaria ai fedeli che nel giorno dell’Immacolata venivano a pregare in questa chiesa. L'altare fu consacrato da monsignore Gallo nel 1875 (ER. EP. GALLO CONS. A. D. MDCCCLXXV, cioè eccellentissimus reverendissimus episcopus Gallo consecravit, anno Domini 1875) ed arricchito di indulgenza per interessamento dell'Abate Rosato “DIERVM INDULGENTIA QVO-TANNIS DICTA DIE / ILLVD VISITANTIBVS M. AB. ROSATI CVRA”. Alla fine del secondo conflitto mondiale, l’altare maggiore fu spostato in fondo al muro perimetrale dell’abside e venne riconsacrato da monsignor Bentivoglio nell’anno 1945; “OB ALTARIS TRANSLATIONEM G. EP. BENTIVOGLIO ITERUM CONS. MCMXLV”. La traslazione dell’altare comportava un esborso notevole per le finanze della confraternita, anche perché il nuovo sarebbe stata realizzato più bello e con materiali di maggior pregio. Per la realizzazione del progetto, nel 1940 si diede inizio ad una raccolta di fondi. Considerato il periodo bellico e le ristrettezze quotidiane che la popolazione doveva affrontare, le offerte delle consorelle, dei confratelli e dei fedeli non furono soddisfacenti. “La Provvidenza” arrivò grazie all’impegno del confratello Antonio Biancardo, emigrato oltre oceano, nell’America del nord, o come si usava definirla alcuni anni fa “l’America buona”, che organizzò una colletta tra tutti i fontanarosani emigrati, raccogliendo un valido e sostanziale contributo economico.
Una parte dei marmi per la costruzione del nuovo altare fu acquistata dalla ditta Baldi di Nocera il 07 agosto 1940; altri furono forniti dal signor Michele Di Prisco, fu Giovanni. Sul nuovo altare è stato realizzato da validi maestri della pietra del posto un prezioso tempietto in marmo bianco. L’opera è costituita da due colonne che poggiano su basamenti con in cima capitelli di stile ionico che sorreggono un architrave artisticamente lavorato. Al centro delle colonne una luminosa nicchia ospita una bella statua lignea dell’Immacolata Concezione. Il completamento dell’opera, oltre l’abbellimento architettonico, rese più ampio il coro, lo arricchì di nuova luce anche per la contemporanea rimozione degli stalli riservati ai prelati.
La fonderia Esposito Anna realizzò nell’anno 1932 una balaustra di ferro ghisa, del peso di kg. 370, che separava l’abside dalla navata, rimossa poi nel 1970 per far spazio all’altare “coram populo” per le disposizioni “Novus Ordo Missae”.
Al lato destro del coro, molto vicino all’altare della Vergine Immacolata, è situato un grande Crocifisso risalente agli inizi del secolo scorso eseguito con la tecnica del cartonaggio. Lo stesso in tempi più lontani era sistemato sul muro destro della navata, molto vicino alla porta d’ingresso.
All’inizio del novecento si cominciarono a costruire le prime linee di corrente elettrica; così nella tranquilla cittadina, dove il nuovo giungeva a rilento, arrivarono i fili della luce elettrica. La nuova fonte di energia, lentamente e progressivamente, cominciò a sostituire le candele e le bugie che solitamente venivano messe sulla mensola del focolare; i bei lumi di ottone o di ceramica che bruciavano olio o petrolio man mano andarono in disuso e furono considerati pezzi antichi; anche i maleodoranti gasometri a gas illuminante furono esclusi dall’arredo domestico.
I valori dell’appartenenza, l’orgoglio di dover mantenere alto il prestigio e l’amore per la confraternita, impegnò i confratelli, nel decennio dal 1920 al 1930, nella realizzazione dell’illuminazione della chiesa. Con la corrente elettrica la chiesa assunse agli occhi dei fedeli un nuovo aspetto ed apparve bella così come non si era mai vista prima. Ogni cosa sembrò arricchita di ritrovato splendore, le luci esaltavano le lavorazioni degli arredi, le bellezze dei decori e delle pitture, facendo luccicare gli oggetti sacri.
L’impianto elettrico a quei tempi, oltre ad essere oneroso economicamente, era anche laborioso; portare i fili elettrici fino al contatore della chiesa era poca cosa: servivano anche i lampadari e non pochi. Per far fronte alle spese si fece ricorso alla generosità delle consorelle e confratelli e di tutti i fedeli.
Al fine di creare una buona illuminazione dell’arco centrale, furono sistemati quattro lampadari argentati e tre in ottone; di questi, quello al centro a quattro luci, i due ai lati a cinque luci montate su bracci simili a candele del tipo steariche.
Per illuminare l’ampio soffitto si scelse un grande lampadario in ottone con 18 luci, che fu sistemato al centro dello stesso. Sulle pareti laterali della navata furono posizionati cinque lampadari in ottone a due bracci che sorreggono due candele, simili alle steariche, con in cima due luci.
Sulle stesse pareti furono sistemati in modo simmetrico sei bracci in ottone a due globi di vetro satinato. Un lampadario con un solo braccio alla cui estremità c’è una sola luce fu collocato sul parapetto dell’organo.
Le nicchie dell’Immacolata, Santa Lucia e San Michele erano illuminate esternamente da lampadari in ottone a braccio curvo verso il basso con un globo in vetro; ai due lati delle nicchie due lampadari in ottone a due luci simili a candele steariche. Ghirlande con 13 luci coronavano ed illuminavano le statue all’interno delle nicchie; le stesse ancora oggi illuminano le nicchie di Santa Lucia e San Michele. La nicchia dell’Immacolata, a seguito di ammodernamenti, è illuminata in modo diverso.
L’ultimo ammodernato dell’impianto elettrico è stato fatto negli anni 2000/2001 per renderlo conforme alla normativa allora in vigore. In quella occasione furono aggiunti otto fari, di cui tre sulla parete di destra e tre su quella di sinistra della navata; gli altri due furono installati all’interno del coro per illuminare l’altare della Vergine Immacolata.
Il disastroso terremoto dell’Irpinia (23 novembre 1980) danneggiò gravemente la chiesa, tanto che, per rendere possibile l’esecuzione dei lavori di consolidamento, risanamento e ristrutturazione, fu necessario chiuderla al culto, dal 1996 ai primi mesi dell’anno 2001. Durante questo periodo, le funzioni religiose previste nei giorni di domenica e in occasione della festa dell’Immacolata, di Santa Lucia e San Michele Arcangelo furono celebrate nel santuario della Madonna della Misericordia.
Per la cerimonia della Consacrazione fu scelta la data di sabato 29 settembre 2001, giorno dedicato a San Michele Arcangelo. Quel pomeriggio assolato, con una temperatura ancora estiva, il parroco don Giulio Ruggiero ed altri sacerdoti, il priore signor Pasquale Rubino con le consorelle e i confratelli, un ristretto numero di ministranti e un folto gruppo di fedeli attesero in parrocchia l’arrivo del vescovo della diocesi di Avellino S. E. Monsignor Antonio Forte. Dopo aver indossato i paramenti sacri, il vescovo con tutti i presenti mossero in processione dalla parrocchia alla confraternita, accompagnati dal festoso suono delle campane.
I confratelli in testa alla processione, man mano che giungevano davanti alla chiesa, si schieravano sui due lati, sia per contenere la folla che per delimitare e rendere più agevole il passaggio del vescovo che, nella larga strada antistante la chiesa, passò tra due ali di folla plaudente. I fedeli in processione, nell’avvicinarsi alla chiesa, si mescolarono al popolo che si era radunato, sin dalle prime ore del pomeriggio, per assistere alla cerimonia. Il vescovo, entrando in chiesa, tagliò il nastro e continuò la processione con i sacerdoti e i ministranti, custodendo tra le mani le reliquie dei “Santi Martiri di Atripalda” che depose all’interno della mensa dell’altare e che sigillò con malta a presa rapida utilizzando una comune cazzuola da muratore.
La mensa dell’altare venne unta con olio santo, il “Crisma”, e successivamente incensata, dopo di che fu ripulita e ricoperta con una tovaglia bianca finemente ricamata ed adornata con i candelieri e con fiori freschi per la celebrazione della messa. L’altare e la chiesa vennero illuminati a festa facendo sfavillare ogni arredo.
La chiesa, dopo la consacrazione, veniva finalmente restituita al culto dei fedeli.
Alla cerimonia le consorelle e i confratelli parteciparono numerosi; alcuni confratelli residenti fuori sede colsero l’occasione per ritornare al paese per non mancare a un evento così importante. Tanti fedeli dovettero assistere alla cerimonia stando sul sagrato, in quanto la chiesa non riuscì a contenerli tutti. La gioia del momento traspariva dagli occhi dei fedeli che parteciparono con serenità ed allegria all’evento festoso dei confratelli e consorelle che manifestavano profonda soddisfazione. Tale evento storico rimarrà negli annali della confraternita e nella nostra memoria.
L’evento religioso è una data storica per la chiesa e per la nostra comunità. Ma nella memoria dei confratelli quel giorno verrà ricordato anche come un incontro festoso tra parenti e amici che si ritrovano dopo un lungo periodo di lontananza: perché la confraternita è stata, è e rimarrà sempre una grande famiglia.
La chiesa è dotata anche di un campanile, oggetto di approfondimento in una sezione a parte.
Alla struttura della chiesa è annesso, poi, un piccolo pezzo di terra, situato dietro il campanile, della superficie di un ara e 26 centiara pari a 126 metri quadrati. L’accesso al terreno avviene per mezzo di un passaggio “condominiale” di fianco al campanile. Fino al 1987, l’accesso avveniva anche dalla sacrestia, ma, a seguito del vandalico furto, la porta è stata murata.
Una porta situata nell’angolo sinistro del coro permette l’accesso alla sacrestia, un ampio locale, in cui vi erano due grandi “stipi” (armadi) per custodire gli oggetti e i paramenti sacri. Negli ultimi anni i vecchi mobili sono stati sostituiti con un arredo più funzionale e di recente costruzione. Dalla sacrestia si accede all’interno del campanile, per mezzo di un corridoio ben illuminato, oppure si può uscire sulla piazza antistante la chiesa. La sacrestia contiene arredi sacri, quadri dei momenti salienti della confraternita e fra questi un antico e prezioso quadretto contenente una litografia francese, che raffigura l’immagine del Bambino Gesù.
La chiesa delimita la zona urbana dalla campagna; qui la conformazione del terreno pende verso il piano. Per esigenze di costruzione, è stato realizzato un sotterraneo ampio quanto la chiesa, a cui si accede da una porta dalla strada che, fiancheggiando la chiesa sulla destra, si allontana dal paese nascondendosi sotto i rami di maestose querce e secolari ulivi.
In tempi lontani, prima dell’editto di Saint Claud, il sotterraneo era il luogo utilizzato per dare una degna sepoltura ai defunti appartenenti alla confraternita. La nuova legge, però, non consentiva più l’inumazione nel sotterraneo della chiesa e si rese necessaria la costruzione di una cappella al cimitero, che venne edificata nel 1860. Essa è situata alla destra del cancello d’entrata ma di essa diremo a parte.
Il sotterraneo è adibito attualmente a deposito del banco alimentare.

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